Disturbo da stress post-traumatico, i dubbi sulla terapia a base di MDMA

Disturbo da stress post-traumatico, i dubbi sulla terapia a base di MDMA

Non ci sono prove che dimostrino la reale efficacia dell’MDMA per curare il disturbo da stress post-traumatico, e in ogni caso i rischi superano i benefici.  L’MDMA (metilenediossimetamfetamina) è una sostanza sintetica comunemente nota come ecstasy, anche se questo termine ora viene usato in maniera generalizzata, individuando una vasta gamma di sostanze talvolta diverse fra di loro. Nonostante sia stato ipotizzato un suo impiego in psichiatria, l’uso terapeutico è estremamente limitato. L’MDMA illegale normalmente è in pastiglie, molte delle quali prodotte in Europa. L’MDMA è un derivato dell’amfetamina e appartiene alla famiglia delle fenetilammine. Sono comparsi nel tempo vari composti omologhi con effetti simili, ad esempio MDA, MDEA, MBDB, riscontrando tuttavia minor successo. I termini di strada con cui si individua l’MDMA sono Adam e XTC, ma spesso il nome della pasticca o della compressa riprende il logo che vi è impresso. L’MDMA è sotto controllo internazionale.

La Food And Drug Administration ha pubblicato per intero – e per inciso è la prima volta che diffonde un simile documento – la lettera con cui sembra bloccare la ricerca avviata dalla Lykos Pharmaceuticals nel 2018. La sperimentazione era giunta alle battute finali e sembrava aver dato risultati incoraggianti, in sostanza si attendeva l’ultimo via libera per poter mettere in commercio i farmaci. Sebbene formalmente chieda di svolgere ulteriori ricerche, la FDA sembra rimettere tutto in discussione. Anche perché l’idea di utilizzare l’ecstasy per curare il PTSD aveva spaccato fin da subito l’opinione pubblica. Da un lato c’è un disturbo psicologico che affligge molte più persone di quanto non si creda, e per il quale ancora non esiste un trattamento efficace; dall’altro sono riemerse tutte le riserve che sorgono ogni volta che si propone di utilizzare una droga a scopi terapeutici.

Un disturbo antico, una diagnosi recente

Il disturbo da stress post-traumatico è una delle conseguenze psicologiche più invalidanti che possono derivare dall’esposizione a eventi di particolare gravità. Si tratta di una condizione che colpisce la vita di milioni di persone in tutto il mondo, compromettendo non solo il benessere psicologico di chi ne soffre, ma anche la qualità delle relazioni interpersonali e la capacità di condurre un’esistenza serena e produttiva.

Sebbene le manifestazioni di questo disturbo siano probabilmente esistite per tutta la storia dell’umanità, è solo nel corso del XX secolo che la comunità scientifica ha iniziato a riconoscerlo come una patologia specifica e a studiarne le caratteristiche in modo sistematico. È provocato dall’esposizione a eventi traumatici, chi ne è affetto rivive l’esperienza attraverso ricordi intrusivi, incubi notturni e flashback, ed è costretto a affrontare continuamente le emozioni di paura e impotenza provate durante l’evento originario.

Le manifestazioni includono anche alterazioni profonde dell’umore e delle capacità cognitive, con una pervasiva negatività nel modo di interpretare se stessi, gli altri e il mondo circostante. A questo si aggiunge uno stato di iperattivazione costante che si traduce in irritabilità, difficoltà di concentrazione, problemi del sonno e una vigilanza esasperata verso possibili pericoli. Non è raro che a questi sintomi principali si accompagnino anche ansia generalizzata, depressione e un senso di colpa del sopravvissuto che può diventare particolarmente opprimente. Parallelamente, sviluppa un pattern di evitamento sistematico: cerca di rifuggire tutto ciò che può rievocare il trauma, che si tratti di luoghi, persone, conversazioni o anche semplici pensieri e sensazioni

I numeri di un’emergenza crescente

Il PTSD viene comunemente associato agli scenari di guerra, con il successo di film come “Il Cacciatore” o “Nato il 4 Luglio” è diventato il disagio per antonomasia che devono affrontare i reduci del Vietnam. E in effetti gli studi confermano che circa il 19% dei veterani ha sviluppato il disturbo dopo il rientro in patria. Ma in altre zone di conflitto si sono riscontrati tassi addirittura superiori, anche il 40%. Inoltre, alcuni eventi purtroppo si sono rivelati ancora più traumatici: tra gli adulti sopravvissuti a abusi fisici o sessuali nell’infanzia si raggiunge il 44%. Per capire quanto il disturbo da stress post-traumatico possa essere comune, basti ricordare che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una percentuale compresa tra il 7% e il 36% delle bambine e tra il 3% e il 29% dei bambini subisce violenze sessuali.

Negli Stati Uniti, la diagnosi viene formulata ogni anno per circa il 3,5% della popolazione, con un’incidenza doppia nelle donne rispetto agli uomini. Questa differenza di genere riflette la maggiore esposizione femminile a determinate tipologie di trauma, come la violenza sessuale; ma si ipotizza anche che le donne siano geneticamente più esposte rispetto agli uomini. Tra quanti non devono fronteggiare situazioni di guerra, la prevalenza si attesta intorno all’1%. Anche nel caso dell’Italia le stime si aggirano attorno a questo valore, sebbene si ritenga che oltre il 56% della popolazione abbia vissuto almeno un evento potenzialmente traumatico nel corso della vita.

Manca ancora una cura efficace

Attualmente, gli approcci terapeutici riconosciuti per il trattamento di questa condizione includono diverse forme di psicoterapia associate all’assunzione di farmaci. Tuttavia, una percentuale significativa di pazienti – secondo le stime tra il 40% e il 60% – non ottiene benefici soddisfacenti da questi trattamenti.

La complessità del disturbo è ulteriormente accentuata dalla frequente compresenza di altre problematiche psichiatriche: oltre ai maggiori tassi di depressione e di pensieri suicidari, i soggetti affetti da stress post-traumatico – secondo alcuni studi addirittura in un caso su due – abusano di alcol o di sostanze stupefacenti. La droga o l’alcol diventano infatti uno strumento per gestire i ricordi traumatici.

L’MDMA come strumento terapeutico

Anche per questo, sorprende che negli ultimi anni alcuni ricercatori abbiano iniziato a sperimentare l’MDMA come una possibile terapia. Si è scoperto però che, i pazienti affetti dal disturbo mostrano un’attività eccessiva dell’amigdala, mentre la corteccia prefrontale e l’ippocampo presentano un’operatività ridotta.

L’MDMA sembrerebbe in grado di riequilibrare l’azione di queste strutture cerebrali, proprio perché – tra i suoi effetti – inibisce la funzionalità dell’amigdala. Determinerebbe infatti una riduzione dell’ansia e un calo della reattività allo stress, mentre aumenterebbe la capacità di provare fiducia ed empatia. In questo modo consentirebbe anche di consolidare i ricordi traumatici nella memoria a lungo termine attenuandone la loro carica emotiva.

Un altro elemento cruciale riguarda la capacità della sostanza di favorire l’alleanza terapeutica, ovvero il legame di fiducia tra paziente e terapeuta, un fattore fondamentale visto che parliamo di persone che faticano a fidarsi degli altri. La possibilità di esplorare i ricordi dolorosi mantenendo una vicinanza emotiva con il terapeuta, senza essere bloccati dall’evitamento o dalla paura, permetterebbe un’elaborazione più profonda del trauma. La sostanza sembra inoltre favorire l’accesso alle memorie traumatiche con maggiore autocompassione e con livelli ridotti di rabbia e vergogna, emozioni che spesso ostacolano il processo di guarigione.

I risultati delle sperimentazioni

La Lykos Pharmaceuticals ha condotto una sperimentazione tra il 2018 e il 2020 in diversi centri tra Stati Uniti, Canada e Israele su 91 partecipanti, tutti affetti da una forma grave e persistente del disturbo. I pazienti sono stati divisi in due gruppi, al primo è stata somministrata l’MDMA  al secondo un placebo. Il protocollo prevedeva l’assunzione di 3 dosi nell’arco di 18 settimane, i pazienti inoltre dovevano prendere parte a un percorso di psicoterapia.

Al termine del trattamento, il 67% dei pazienti che avevano assunto l’MDMA non mostrava più criteri diagnostici riconducibili al disturbo, contro il 32% di quelli trattati con il placebo. Inoltre, l’88% dei pazienti nel gruppo sperimentale ha registrato una riduzione significativa dei sintomi, percentuale che scendeva al 60% nel gruppo di controllo. Nonostante questi risultati la Food and Drug Administration ha rifiutato di approvare in via definitiva la terapia, chiedendo un supplemento di indagine.

La necessità di ricerche approfondite

La FDA ha però sollevato una serie di rilievi sull’attendibilità della ricerca. Il problema principale riguarda l’attendibilità del gruppo che ha ricevuto il placebo, se sia possibile confrontare i risultati dei due gruppi: quando si somministra una sostanza con effetti psicoattivi così marcati, è difficile che dal metodo di sperimentazione del doppio cieco emerga un quadro affidabile. Inoltre, i partecipanti si sono offerti volontariamente: molti probabilmente avevano maturato forti aspettative positive sui possibili benefici, altri invece potevano nutrire un interesse preesistente per la sostanza. E ancora, il campione di 91 persone sembra eccessivamente limitato per trarre conclusioni solide sull’efficacia e sulla sicurezza del trattamento.

Già queste criticità basterebbero per non autorizzare l’uso di una sostanza psicotropa a scopi terapeutici. Ma poi, la sperimentazione non sembra aver indagato sugli effetti che l’utilizzo dell’MDMA potrebbe avere nel lungo termine, né la possibile tossicità dei dosaggi terapeutici. Gli effetti collaterali osservati durante le sperimentazioni – tensione muscolare, riduzione dell’appetito, sudorazione eccessiva, sensazione di freddo e dilatazione pupillare – non sono stati classificati come gravi. Inoltre, è lecito chiedersi cosa succeda ai pazienti, a iniziare da quel 33% che non ha avuto benefici dalla terapia.

Il timore è di sostituire una condizione psicologica debilitante con una dipendenza da farmaci o, ancora peggio, aprire la strada a una dipendenza da sostanze stupefacenti. Questo aspetto assume una rilevanza ancora maggiore se il trattamento venisse esteso a adolescenti e giovani adulti. La natura stessa della sostanza, che produce effetti di benessere, riduzione dell’ansia e aumento dell’empatia, potrebbe incoraggiare un uso che va oltre il contesto strettamente terapeutico.

Ancora una volta, poi, occorre rimarcare che le persone affette da stress post-traumatico sono maggiormente inclini a ricorrere all’alcol o alle droghe nel tentativo di automedicare i propri sintomi e di trovare sollievo dalla sofferenza emotiva. Introdurre nel percorso terapeutico una sostanza che crea dipendenza vuol dire incentivare questa propensione. Il quadro finale potrebbe essere ben più complesso rispetto a quello di partenza.

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