Funghi allucinogeni contro la depressione: al via la sperimentazione

Funghi allucinogeni contro la depressione: al via la sperimentazione

L’Italia avvia la sperimentazione di farmaci a base di psilocibina – il principio attivo contenuto nei funghi allucinogeni – per curare la depressione. Nelle scorse settimane è stata individuata la prima paziente, una donna abruzzese di 63 anni, che assumerà il farmaco per testarne l’efficacia. Non è la prima volta che un medicinale ottenuto da sostanze stupefacenti viene usato per curare delle patologie particolari, ma la notizia desta comunque una certa preoccupazione. Il problema chiaramente non è il diritto alla salute: se la terapia si rivelerà efficace, chi soffre di depressione avrà pieno diritto di curarsi, sotto il controllo medico. Il rischio è però nel fatto che queste sostanze, una volta messe in commercio sotto forma di farmaco, possano essere acquistate con relativa facilità. E, come il fentanyl insegna, vengano usate come stupefacenti.

I funghi allucinogeni in Italia e in Europa

I funghi allucinogeni sono sostanze stupefacenti piuttosto diffuse in Europa, come dimostra la Relazione annuale della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga. Nel 2022 ben 23 Paesi europei hanno segnalato sequestri di funghi allucinogeni, per un totale di 1.439 operazioni e 143 chilogrammi di sostanza intercettata. Si tratta di un dato significativo, che testimonia come il consumo di questi funghi non sia affatto un fenomeno marginale.

La Direzione Centrale ricorda che la psilocibina è una sostanza allucinogena di origine naturale contenuta in alcune specie di funghi. Come tutti gli allucinogeni, agisce sui neurotrasmettitori – in particolare serotonina, dopamina e noradrenalina – alterando la comunicazione tra i neuroni e interferendo con i processi cerebrali che regolano percezione, pensiero ed emozione. Gli effetti possono includere distorsioni percettive, alterazioni della percezione del tempo, cambiamenti emotivi intensi e stati di depersonalizzazione, e i rischi vanno dal cosiddetto ‘bad trip’ – un’esperienza angosciante caratterizzata da paura intensa e paranoia – fino a reazioni psicotiche in persone predisposte.

Come agisce la psilocibina sul cervello

Nei pazienti con depressione maggiore, in alcune aree del cervello si osserva una ridotta produzione di serotonina. Le terapie antidepressive tradizionali si basano nella maggior parte dei casi su degli inibitori della ricaptazione della serotonina che tuttavia si sono rivelati efficaci solo sul 30% dei pazienti. Di qui l’idea di studiare una cura basata sulla psilocibina.

Il principale principio attivo dei cosiddetti funghi psichedelici, infatti, interferisce sull’attività delle reti cerebrali coinvolte nell’umore, nella percezione e nel pensiero. In sostanza, potenzia l’azione della serotonina inducendo una risposta biologica più intensa di quella normale.

Uno dei vantaggi più rilevanti è la rapidità con cui si possono ottenere dei risultati. Le terapie antidepressive tradizionali hanno bisogno di almeno tre o quattro settimane prima di provocare dei miglioramenti. La psilocibina invece può produrre benefici in tempi molto più brevi. Per un paziente con forme molto gravi di depressione resistente, questo fattore può rivelarsi determinante.

La sperimentazione italiana: chi partecipa e come funziona

La prima somministrazione è avvenuta il 4 febbraio 2026, nella clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, nell’ambito di una sperimentazione clinica autorizzata dall’AIFA e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità. A guidare lo studio è Giovanni Martinotti, professore ordinario di Psichiatria all’Università D’Annunzio e direttore dell’unità operativa della clinica. La ricerca è finanziata con fondi PNRR e coinvolge, oltre a Chieti, anche la ASL Roma 5 e l’Azienda Ospedaliero Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia.

Lo studio coinvolge esclusivamente pazienti affetti da depressione resistente ai farmaci, una condizione clinica complessa che non risponde adeguatamente alle terapie antidepressive convenzionali. Avrà una durata di 24 mesi e prevede l’arruolamento di 68 pazienti. Il disegno è randomizzato e in doppio cieco: né i pazienti né i clinici sanno se viene somministrato il composto attivo o un placebo, condizione necessaria a garantire la solidità scientifica dei risultati.

Il protocollo prevede due somministrazioni a distanza di tre settimane, seguite da un attento follow-up clinico. Oltre al farmaco, i pazienti riceveranno una stimolazione magnetica transcranica (TMS), una tecnica di stimolazione cerebrale non invasiva. I soggetti che ricevono il placebo, tuttavia, vengono sottoposti a una TMS attiva, mentre chi assume la psilocibina riceve una stimolazione magnetica sham (in sostanza un placebo). In questo modo, entrambi i gruppi hanno accesso a un intervento potenzialmente efficace.

Gli studi internazionali: Usa, Regno Unito, Svizzera e Australia

L’Italia non parte da zero. Negli ultimi anni diversi studi clinici condotti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Svizzera e in Australia hanno evidenziato che una o due somministrazioni di psilocibina possono produrre effetti antidepressivi rapidi e duraturi, con miglioramenti clinici significativi persistenti fino a sei mesi in pazienti con depressione resistente ai trattamenti tradizionali.

Uno studio particolarmente significativo è stato condotto negli Stati Uniti dall’Usona Institute, un’organizzazione di ricerca medica senza scopo di lucro. I risultati sono stati promettenti: i pazienti che avevano ricevuto il farmaco hanno riportato miglioramenti significativi e un punteggio migliore nella Sheehan Disability Scale – che misura la disabilità funzionale – a 43 giorni dal trattamento. I benefici sono perdurati fino alla fine dello studio. Gli effetti collaterali più comuni sono stati mal di testa e nausea, nella maggior parte dei casi di entità lieve o moderata e risolti entro un giorno dalla somministrazione.

Negli Stati Uniti e in Svizzera esistono già cliniche specializzate per la somministrazione della terapia psichedelica, dove i pazienti vengono seguiti da medici specializzati, affiancati da infermieri e psicoterapeuti.

La ricerca del San Raffaele

E anche in Italia, c’erano già dei ricercatori che avevano iniziato a studiare sul possibile utilizzo terapeutico medico dei funghi allucinogeni. Il professor Danilo De Gregorio, Associato di Farmacologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e Project Leader dell’Unità di Neuropsicofarmacologia presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, si occupa da anni di indagare il funzionamento degli allucinogeni e degli psichedelici nel trattamento dei disturbi dell’umore.

A destare preoccupazione sono però gli effetti collaterali di questi farmaci, e le possibili conseguenze di un uso improprio. E anche le spiegazioni del professor De Gregorio spingono a credere che sia necessaria una certa prudenza.

Da un lato, infatti, il ricercatore del San Raffaele sottolinea che i farmaci basati sulla psilocibina non creano dipendenza, dal momento che non coinvolgono il cosiddetto circuito della ricompensa e della gratificazione, normalmente alla base dei comportamenti di abuso. Dall’altro però, riconosce che il loro impiego richiede l’accurata definizione di linee guida e protocolli molto stringenti: questi medicinali, soprattutto se somministrati in dosi elevate, possono generare allucinazioni che devono essere tenute sotto stretto controllo. Il paziente deve rimanere monitorato almeno 12 ore in un ambiente protetto, affiancato da medici, infermieri e psicoterapeuti.

Quando i farmaci diventano stupefacenti

L’apprensione insomma rimane. Anche perché la storia recente offre esempi eloquenti di come sostanze nate come farmaci abbiano finito per alimentare mercati paralleli, talvolta con conseguenze devastanti.

Il caso del fentanyl è forse il più drammatico. L’oppioide sintetico era nato per la terapia del dolore cronico, ma poi negli Stati Uniti ha causato una vera e propria epidemia: nel 2023 ha provocato oltre 74.000 decessi. E una parte significativa dei farmaci che finisce sul mercato nero non viene prodotta clandestinamente, ma viene sottratta dai canali leciti di distribuzione. Il Ministero della Salute italiano ha recentemente ritenuto necessario varare un Piano Nazionale per prevenire lo stesso scenario nel nostro Paese.

Un meccanismo analogo di disvio è stato documentato anche nel caso delle anfetamine terapeutiche utilizzate nel trattamento dell’ADHD. Nonostante i controlli, la natura legale di questi farmaci e la loro relativa accessibilità hanno creato problematiche impreviste: dal paziente che richiede quantità superiori al necessario per rivenderle, al familiare che sottrae qualche pillola dal blister, fino alla criminalità organizzata che gestisce il business su scala più ampia.

E lo stesso discorso vale per l’MDMA – la cosiddetta ecstasy – oggetto di sperimentazione per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico. La natura stessa di queste sostanze le rende intrinsecamente vulnerabili all’abuso.

Una speranza reale, da gestire con attenzione

Al momento la sperimentazione in Italia ha appena preso il via, ed è presto per trarre conclusioni. Ma se anche i nostri ricercatori confermeranno che la psilocibina sia uno strumento efficace per curare la depressione, sarà necessario valutare con attenzione costi e benefici. La depressione resistente è una patologia che affligge milioni di persone – solo in Italia si stima che i disturbi dell’umore riguardino tra i 6 e i 7 milioni di individui – e per cui mancano ancora cure efficaci per una percentuale significativa di pazienti.

Tuttavia, la prudenza è d’obbligo. La sperimentazione attuale è condotta in condizioni rigorosamente controllate, su un numero limitato di pazienti selezionati, in ambienti ospedalieri attrezzati e con monitoraggio continuo. Ben diversa sarebbe la situazione se questi farmaci venissero un giorno commercializzati su larga scala. I protocolli di controllo, le modalità di prescrizione, i sistemi di monitoraggio dovranno essere progettati con la massima attenzione.

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