Anfetamine e ADHD, tra terapia e rischio di dipendenza

Anfetamine e ADHD, tra terapia e rischio di dipendenza

È la dose che fa il veleno. La vecchia massima di Paracelso è quantomai attuale, soprattutto quando si parla di stupefacenti. Diverse sostanze, in dosi contenute e sotto lo stretto controllo medico, vengono infatti usate comunemente per finalità terapeutiche. A iniziare dagli oppiacei. Alcune – come la ketamina, il Fentanyl o l’Oxycontin – nascono addirittura come farmaci, ma se assunte in dosi maggiori diventano stupefacenti a tutti gli effetti. E chiaramente, l’utilizzo di queste sostanze border in ambito medico genera sempre accesi dibattiti.

Un altro caso emblematico di un farmaco che poi è diventato una droga  è quello dell’anfetamina: sintetizzata alla fine dell’800 dal chimico rumeno Lazăr Edeleanufin, è stata ampiamente utilizzata a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso. Veniva usata inizialmente come farmaco adrenergico, ad esempio come broncodilatatore, il principio attivo era alla base di diversi medicinali che si potevano acquistare senza ricetta. Negli anni del boom economico era comunemente impiegata nelle cure dimagranti, visto che tra i vari effetti ha anche quello di ridurre l’appetito. Attualmente, in diversi Paesi del mondo viene utilizzata nel trattamento del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD). E spesso viene somministrata anche a pazienti di giovane e giovanissima età, anche se al giorno d’oggi c’è una consapevolezza di gran lunga superiore sugli effetti psicotropi e sul rischio dipendenze.

L’Italia dagli anni ‘90 ha assunto un atteggiamento restrittivo e ha progressivamente vietato i farmaci che contengono anfetamine. Rimangono però in commercio alcune versioni chimicamente modificate – come il metilfenidato – per attenuare la potenza del principio e gli effetti collaterali. Ma anche se attenuate, restano pur sempre anfetamine. Tanto che per acquistarle occorre seguire un iter particolare: il paziente deve portare in farmacia un piano terapeutico – in triplice copia – redatto dal medico di una struttura ospedaliera. Il farmacista inoltre è tenuto a inserire l’acquisto in un apposito registro degli stupefacenti.

La realtà terapeutica delle anfetamine nell’ADHD

Quando si parla di anfetamine in ambito medico, è fondamentale distinguere tra l’uso terapeutico controllato e l’abuso. Nel trattamento dell’ADHD, farmaci come il metilfenidato vengono prescritti a dosaggi terapeutici specifici, studiati per ottimizzare i benefici minimizzando i rischi. Questi dosaggi sono significativamente inferiori rispetto a quelli utilizzati nell’abuso di sostanze e vengono somministrati sotto stretto controllo medico.

La somministrazione controllata di questi farmaci agisce sui neurotrasmettitori cerebrali, in particolare dopamina e noradrenalina, ripristinando un equilibrio chimico alterato nei pazienti con ADHD. Questo meccanismo d’azione permette di migliorare significativamente la capacità di concentrazione, ridurre l’impulsività e aumentare il controllo comportamentale, elementi fondamentali per il funzionamento quotidiano di chi soffre di questo disturbo.

Il paradosso: prevenire la dipendenza con le anfetamine

Uno degli aspetti più controversi della terapia con anfetamine per il Disturbo da Deficit di Attenzione riguarda il rapporto con la dipendenza. Secondo alcune ricerche, i soggetti con ADHD non trattato presentano infatti una probabilità molto più elevata di sviluppare dipendenze da altre sostanze legali e illegali nel corso della loro vita. Questo fenomeno è legato al fatto che il disturbo comporta difficoltà nel controllo degli impulsi e nell’autoregolazione, caratteristiche che predispongono naturalmente a comportamenti a rischio. Gli stessi soggetti affetti, inoltre, tendono a abusare di alcol e nicotina – e nei casi estremi anche di marijuana – come forma di automedicazione, proprio per tenere sotto controllo i sintomi.

Insomma, questa ricerca porta a concludere che un trattamento farmacologico appropriato dell’ADHD durante l’infanzia e l’adolescenza riduce significativamente il rischio di sviluppare disturbi da abuso di sostanze in età adulta. E di conseguenza non solo migliora la qualità della vita del paziente nel presente, ma rappresenta anche una forma di prevenzione primaria contro future dipendenze.

Ma una terapia basata sulle anfetamine, anche se prescritta e monitorata correttamente, presenta in ogni caso un rischio di dipendenza. Simili farmaci provocano infatti una sensazione di benessere e di euforia che il cervello memorizza. E di conseguenza si possono innescare i meccanismi di craving e di assuefazione. Il rischio chiaramente aumenta in quei soggetti predisposti a sviluppare una dipendenza.

Strategie di gestione e monitoraggio clinico

I terapeuti specializzati nella cura dell’ADHD adottano diverse strategie per minimizzare qualsiasi rischio associato alla terapia farmacologica. Una pratica comune consiste nella sospensione periodica del trattamento, spesso durante le vacanze scolastiche, per valutare l’evoluzione del disturbo e prevenire eventuali fenomeni di tolleranza o dipendenza.

Questo approccio permette di mantenere l’efficacia terapeutica nel tempo e di adattare continuamente il trattamento alle esigenze evolutive del paziente. Durante questi periodi di sospensione, il medico può osservare come il paziente gestisce i sintomi del Disturbo da Deficit di Attenzione e decidere se sia necessario modificare il piano terapeutico.

La personalizzazione della terapia insomma rappresenta un elemento cruciale: ogni paziente richiede un approccio specifico che tenga conto non solo della gravità dei sintomi, ma anche del contesto familiare, sociale e delle eventuali comorbidità presenti.

Il rischio del mercato parallelo

Nonostante i controlli esistenti, la natura legale di questi farmaci e la loro relativa accessibilità hanno creato alcune problematiche impreviste. Se il medicinale è in commercio, vuol dire che può anche essere rubato e nei casi estremi anche ceduto sottobanco. A volte è emerso che sono gli stessi pazienti a chiedere quantità di farmaci superiori al necessario con l’intento di rivenderle. Altre, sono i familiari che sottraggono qualche pillola dal blister. Tutte eventualità che finiscono per alimentare un business parallelo non trascurabile. Anche perché attorno al mercato nero delle anfetamine terapeutiche ruotano una serie di interessi diversi.

Chi rivende i farmaci può operare a livelli molto diversi: oltre al paziente che vende qualche pillola o al piccolo spacciatore, c’è anche la criminalità organizzata. Chi acquista invece potrebbe non essere interessato all’effetto psicotropo, ma potrebbe anche voler ottenere maggiori capacità di concentrazione o semplicemente assumere una sostanza che l’aiuti a dimagrire. Tutti questi fattori devono essere soppesati con attenzione, ma il dato di fatto è che a oggi questo tipo di trattamento farmacologico è ritenuto adeguato, e non si può arrivare a negare la cura a un paziente per evitare che altri abusino del medicinale.

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