Dipendenze e carcere tra vuoti normativi, strutture insufficienti e un sistema che non funziona

Dipendenze e carcere tra vuoti normativi, strutture insufficienti e un sistema che non funziona

Le leggi italiane riconoscono – come sottolinea anche la Corte Costituzionale – la particolare vulnerabilità del tossicodipendente o dell’alcolista che stanno scontando una pena in carcere, ma poi non sono in grado di trasformare questa sensibilità in un aiuto concreto. Le strutture dedicate esistono, ma sono troppo poche e per assurdo vengono sottoutilizzate. I servizi per le dipendenze mancano in decine di istituti. Il governo ha presentato una proposta di legge che però è ferma da mesi. E nel mezzo, ogni giorno, ci sono 20.000 persone – forse più – che attendono un trattamento che il sistema promette ma stenta a garantire.

Nessuno sconto di pena per la Corte Costituzionale

Lo scorso febbraio, la Corte Costituzionale ha messo definitivamente a fuoco il modo in cui l’ordinamento italiano tratta la persona che commette un reato in stato di tossicodipendenza. La questione era stata sollevata da un giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Bergamo, che in sostanza chiedeva se il craving – il desiderio intenso e irresistibile di procurarsi la sostanza – o la sindrome da astinenza potessero essere così gravi da ridurre la capacità di intendere e di volere al punto da escludere o attenuare la pena. In sostanza – secondo i giudici – questi disturbi, pur non rientrando nella nozione tradizionale di cronica intossicazione, potrebbero avere un peso determinante sul comportamento dell’imputato.

La Corte ha risposto con chiarezza: il codice penale italiano, con scelta che non contrasta di per sé con la Costituzione, non considera il tossicodipendente autore di reato come un malato psichiatrico, bensì come una persona responsabile delle proprie condotte illecite. E questo perché è responsabile del suo stesso stato di dipendenza. Anche qualora i disturbi da prolungato uso di sostanze riducessero significativamente la capacità di intendere e di volere al momento del fatto, l’autore resterebbe comunque rimproverabile per non aver intrapreso, in un momento precedente ragionevolmente prossimo al reato, un serio percorso di disintossicazione.

La cronica intossicazione che può incidere sull’imputabilità è quindi qualcosa di più e di diverso dalla dipendenza in sé. Secondo la Corte, essa sussiste solo in presenza di gravi “anomalie psichiche che dovessero essere riscontrate nell’autore di reato tossicodipendente anche dopo lunghi periodi di astinenza dal consumo”. Solo in alcuni casi specifici, il giudice è tenuto a valutare se delle anomalie abbiano realmente compromesso la capacità di intendere e di volere. E parla in particolare di “psicosi, caratterizzate da fenomeni di grave dispercezione della realtà e frequentemente associate – nell’ambito di quadri clinici di comorbidità o doppia diagnosi – alla dipendenza da sostanze stupefacenti”.

Allo stesso tempo, però, la Corte ha riconosciuto che l’ordinamento non ignora la vulnerabilità del tossicodipendente imputabile. Il sistema penale prevede una disciplina speciale delle pene e delle misure cautelari che la sentenza stessa definisce “fortemente improntata a un approccio terapeutico e riabilitativo”, prendendo realisticamente atto della “situazione di persona bisognosa di cura e assistenza” del condannato dipendente. L’obiettivo dichiarato è favorire percorsi di riabilitazione mirati al recupero di una piena “libertà dalla dipendenza”, nel rispetto dei doveri costituzionali di solidarietà sociale e tutela della salute. In altre parole: il tossicodipendente paga per i reati che commette, ma ha diritto a percorsi di cura e reinserimento. O almeno ne avrebbe diritto, perché la realtà purtroppo è differente.

L’emergenza italiana

Nelle carceri italiane sono presenti oltre 20.000 detenuti con problemi di tossicodipendenza o dipendenze in senso lato. Si tratta del 32% della popolazione carceraria totale, un dato in crescita costante che fotografa una delle più gravi emergenze sanitarie strutturali del sistema penitenziario italiano. Di queste persone si dovrebbero occupare i SerD e gli ICATT, ma queste strutture esistono più sulla carta che nella realtà.

Per quanto riguarda i SerD interni agli istituti ordinari, basta guardare i numeri per capire quanto sia critica la situazione. Su 190 istituti penitenziari presenti in Italia, i servizi per le dipendenze sono presenti in soli 152. Trentotto carceri ne sono completamente privi.

Gli Istituti a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti sono invece strutture penitenziarie speciali pensate per offrire un ambiente meno rigido rispetto al carcere tradizionale, in cui realizzare programmi socio-riabilitativi personalizzati in collaborazione con i SerD e le comunità terapeutiche, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale del detenuto. Nel caso dell’ICATT di Eboli, ad esempio, i detenuti selezionati possono partecipare ad attività esterne come lavori socialmente utili, per prepararsi al ritorno nella società. Anche in questo caso, i numeri parlano chiaro. In tutta Italia sono attivi soltanto 12 ICATT, con 417 posti regolamentari disponibili, e questo vuol dire che potrebbero accogliere a malapena il 2% dei detenuti con una dipendenza.

Il paradosso degli ICATT

Per quanto riguarda gli ICATT, c’è però un paradosso nel paradosso. Non tutti i 417 posti disponibili vengono utilizzati, anzi secondo le stime una settantina rimane sistematicamente vuota. Il problema insomma non è solo la scarsità di strutture, ma l’incapacità sistemica di indirizzare verso quelle strutture i soggetti idonei.

“È l’unico circuito del sistema penitenziario a non soffrire di sovraffollamento” ha constatato laconicamente Ernesto Napolillo, direttore generale del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria),  nel corso del convegno “Oltre la Pena: Sicurezza, Salute e Valore Sociale”, che l’Università Lumsa ha organizzato giusto qualche settimana fa. E ancora, “Perché non siamo in grado di mandare qualche detenuto in più agli ICATT?

Un allarme che è una confessione

“Ventimila detenuti con problemi di tossicodipendenza, il 32% della popolazione carceraria, sono un dato che viene presentato come più che allarmante, ma che per chi lavora nelle sezioni detentive è semplicemente la conferma di ciò che vede ogni giorno” gli ha replicato a distanza Leo Beneduci, Segretario Generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma di Polizia Penitenziaria. Peraltro, Beneduci sostiene che i detenuti tossicodipendenti siano molti di più, ma sottolinea in particolare che questa diversa percezione del fenomeno dimostri la “distanza siderale tra i palchi istituzionali e la trincea quotidiana degli istituti penitenziari”.

“Se il fenomeno cresce, se i numeri esplodono, se gli istituti diventano incubatori di violenza e suicidi, allora l’allarme non è un grido: è una confessione. Il DAP continua a parlare di circuiti differenziati, ma i circuiti non esistono”. Per il Segretario dell’OSAPP questo paradosso “è la fotografia perfetta dell’Amministrazione: norme sulla carta, vuoto nella realtà”.

“La tossicodipendenza è la prima causa di aggressioni, di crisi, di tentativi di suicidio. E non solo per le sostanze che entrano dall’esterno – perché le carceri che dovrebbero essere impermeabili non lo sono – ma anche per quelle che vengono somministrate all’interno. La cosiddetta ‘droga di Stato’, fatta di psicofarmaci e oppioidi distribuiti senza un controllo adeguato sugli effetti che la convivenza e gli scambi penitenziari determinano, alimenta dipendenze che il sistema non è poi in grado di gestire. È un tema che nessuno affronta nei convegni, ma che ogni poliziotto penitenziario conosce bene”. Beneduci insomma lancia un allarme ancora più inquietante, perché i rimedi per fronteggiare questa emergenza non farebbero che acuirla.

Un’ulteriore criticità riguarda il personale in prima linea. Secondo Beneduci, il DAP esige che la Polizia Penitenziaria sia il primo argine al fenomeno della dipendenza nelle sezioni, ma la manda “nelle sezioni dopo quattro mesi di corso, senza formazione specifica, senza strumenti, senza un modello operativo adeguato a cui attenersi in tali condizioni”.

Il trattamento che non c’è

Una possibile risposta istituzionale potrebbe arrivare da una proposta di legge che la scorsa estate ha approvato il Consiglio dei Ministri, e che al momento è al vaglio della Commissione Giustizia del Senato. L’obiettivo è di consentire ai detenuti con dipendenze di accedere a percorsi specializzati di cura al di fuori delle mura del carcere, con il duplice scopo di promuovere un effettivo reinserimento sociale e di contribuire alla riduzione del sovraffollamento.

Se il testo verrà approvato in via definitiva, i detenuti con dipendenze – purché non abbiano riportato condanne superiori agli 8 anni, e non abbiano commesso reati particolari come stupri e rapine a mano armata – potranno chiedere di svolgere la detenzione domiciliare presso strutture autorizzate. E potranno seguire uno specifico programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale. Il beneficio potrà essere richiesto “in ogni momento”, ma verrà concesso una sola volta nella vita del detenuto.

La dipendenza non scompare tra le mura di un carcere: si trasforma, si aggrava, si intreccia con il disagio psichico, con la violenza, con il rischio di suicidio. Affrontarla non è solo una questione di giustizia verso i detenuti, ma un investimento nella sicurezza collettiva e nella salute pubblica. La strada verso la libertà dalla dipendenza è possibile, ma richiede strumenti, competenze e – soprattutto – che il sistema voglia davvero percorrerla.

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