Dipendenza da social, se la connessione diventa una trappola

Dipendenza da social, se la connessione diventa una trappola

La prima è stata l’Australia, poi è arrivata la Francia – il disegno di legge sostenuto anche dal Presidente Emmanuel Macron ha ottenuto il primo sì dell’Assemblea Nazionale e adesso deve passare all’esame del Senato – adesso si fa avanti anche la Spagna. E intanto a Los Angeles una ragazza di 19 anni ha fatto causa a Instagram, TikTok, Snapchat accusandole di averle causato una vera e propria forma di dipendenza.

Il dibattito sull’uso dei social da parte dei minori si fa sempre più acceso, i pericoli vanno dall’accesso a contenuti non adatti, alla possibilità di venire in contatto con persone malintenzionate. Fino, appunto, al rischio di sviluppare una particolare forma di dipendenza chiamata nomofobia. Il problema però non sembra riguardare solo i minori. Sempre più adulti infatti mostrano un rapporto problematico con i social.

Spesso si ricorre alla pandemia da Covid come capro espiatorio: il lockdown probabilmente ha accelerato il cammino, ma bisogna ammettere che questa dinamica si era innescata da tempo. Basta pensare a una scena a cui assistiamo ogni giorno: al ristorante il cameriere porta il piatto e il cliente, invece di iniziare a mangiare, scatta una foto con il telefono e la condivide su Whatsapp e Instagram. La preoccupazione che gli altri stiano vivendo esperienze più gratificanti delle nostre, e quindi il bisogno di dimostrare che anche la nostra vita è intensa, è un segnale d’allarme da non sottovalutare.

L’isolamento fisico ha accelerato la dipendenza

La pandemia da Covid-19 ha rappresentato un punto di svolta nelle nostre abitudini digitali. Il distanziamento sociale e i lockdown hanno spinto milioni di persone a cercare nelle piattaforme online una forma di connessione con il mondo esterno. Quello che inizialmente poteva sembrare una soluzione necessaria per mantenere i legami sociali, quando le restrizioni sono poi cadute, si è trasformato in una strategia di gestione emotiva.

Paradossalmente, insomma, lo strumento utilizzato per combattere la solitudine ha finito per accentuarla, creando un circolo vizioso che per molti continua ancora oggi. È importante sottolineare che il Covid non ha creato dal nulla il problema, ma ha agito come acceleratore di dinamiche già presenti nella nostra società. Ha semplicemente portato alla luce quanto fosse diventato fragile il nostro rapporto con la tecnologia e quanto poco consapevoli fossimo dei meccanismi psicologici in gioco.

I circuiti cerebrali della ricompensa

Quando parliamo di dipendenza da social media, non stiamo usando una metafora: si tratta di un fenomeno neurobiologico reale, con meccanismi sorprendentemente simili a quelli delle dipendenze da sostanze. Ogni volta che riceviamo un like, un commento o una condivisione, si attiva una regione specifica del nostro cervello che controlla sensazione di gratificazione.

Questo sistema di ricompensa funziona esattamente come con altre dipendenze: il feedback positivo rinforza il comportamento, spingendoci a cercare sempre più frequentemente quella sensazione. Si crea così una spirale in cui diventa sempre più difficile resistere all’impulso di controllare il telefono, aprire l’app, scorrere i feed. Il cervello impara ad associare l’uso dei social a una gratificazione immediata, rendendo il comportamento automatico e compulsivo.

Molte persone inoltre ricorrono ai social media per sfuggire a stati d’animo spiacevoli: scorrere Instagram o TikTok offre loro un sollievo temporaneo da queste emozioni difficili. È un meccanismo di difesa inconscio chiamato evitamento emotivo. Il problema è che questo funziona solo nel breve termine: anziché risolvere il disagio, lo strumento digitale finisce per aggravarlo, aumentando l’ansia e abbassando l’autostima nel lungo periodo.

Dipendenza da social: quando l’uso diventa patologico

La dipendenza da social si manifesta attraverso un uso eccessivo e incontrollato delle piattaforme digitali. A quel punto, purtroppo, Instagram, TikTok, Facebook e YouTube arriva a compromettere il benessere psicologico, le relazioni interpersonali e le attività quotidiane della persona. Il problema non è tanto nella quantità di tempo che si passa connessi, quanto nel fatto che si perde il controllo sull’uso dei social, con sintomi che ricordano da vicino altre forme di dipendenza già riconosciute.

Quando una persona dipendente non può accedere ai social media, sperimenta veri e propri sintomi di astinenza: irritabilità marcata, ansia crescente, irrequietezza, difficoltà di concentrazione, fino al desiderio incontrollabile di controllare i propri profili, quello che in gergo tecnico viene chiamato craving.

Si sviluppa inoltre una sorta di assuefazione, per cui diventa necessario aumentare progressivamente il tempo trascorso online per ottenere lo stesso livello di soddisfazione. Infine, si assiste a una compromissione significativa della vita personale, lavorativa o scolastica: relazioni che si deteriorano, rendimento che cala, attività prima piacevoli che vengono trascurate.

Le ricerche mostrano una chiara associazione tra uso eccessivo e compulsivo dei social e disturbi psicologici come ansia, depressione, stress e disturbi del sonno. Anche perché scorrere continuamente contenuti idealizzati alimenta confronti sociali negativi, con conseguenze pesanti sull’autostima e sul benessere generale.

Nomofobia: la paura di restare disconnessi

Il termine nomofobia deriva dall’inglese No Mobile Phone Phobia ed è stato coniato nel Regno Unito nel 2008. Identifica una condizione psicologica caratterizzata da paura, disagio intenso o vero e proprio panico nel momento in cui si perde il contatto con il proprio smartphone. Non si tratta di un semplice fastidio o di noia, ma di un vero stato di ansia che può arrivare ad essere invalidante, accompagnato in alcuni casi da sintomi fisici significativi.

La nomofobia si colloca a metà strada tra una fobia specifica e una dipendenza comportamentale. A livello fisico si manifesta con sintomi marcati come sudorazione eccessiva, tremori, agitazione motoria, respirazione alterata, e in alcuni casi disorientamento o nausea. A livello psicologico, con crisi d’ansia o attacchi di panico, irritabilità intensa al solo pensiero di non poter usare il telefono, nervosismo crescente in assenza di notifiche, e pensieri ossessivi legati alla disconnessione.

Sul piano comportamentale, i segnali tipici includono il monitoraggio costante dello schermo, del segnale e del livello della batteria, l’uso dello smartphone anche in contesti inappropriati come il bagno, durante le lezioni o addirittura alla guida. Molte persone con nomofobia dormono con il telefono acceso accanto a sé, portano sempre con sé più dispositivi o caricabatterie di riserva, ed evitano sistematicamente ogni situazione che possa comportare il rischio di restare offline anche solo temporaneamente.

Le conseguenze della nomofobia sulla qualità della vita possono essere pesanti. Il bisogno costante di controllo interferisce con il riposo notturno: l’esposizione prolungata alla luce blu dello schermo prima di dormire e il sonno disturbato dalle notifiche ostacolano il recupero fisico e mentale. La concentrazione ne risente gravemente, con effetti negativi sullo studio, sul lavoro e sulla produttività generale. Paradossalmente, la ricerca ossessiva di connessione digitale porta spesso a un progressivo isolamento sociale nella vita reale, con relazioni familiari, amicali e professionali che diventano sempre più superficiali o conflittuali.

FoMO: la paura di perdersi qualcosa

Il sintomo che caratterizza maggiormente la nomofobia è però la FoMO – acronimo di Fear of Missing Out, letteralmente paura di perdersi qualcosa o di essere tagliati fuori. Si tratta di una forma particolare di ansia sociale, caratterizzata dalla preoccupazione pervasiva che gli altri stiano vivendo esperienze gratificanti delle nostre. Questa paura viene alimentata e amplificata dai social media, dove l’assenza anche temporanea viene vissuta come una perdita di visibilità o di inclusione nel gruppo sociale di riferimento.

I segnali tipici della FoMO sono facilmente riconoscibili, il primo campanello d’allarme è il controllo compulsivo dei social per verificare cosa stanno facendo gli altri. Cyhe ne è affetto, inoltre, prova un senso di ansia o disagio quando vede post di eventi a cui non ha partecipato, anche se in realtà non aveva particolare interesse per quelle attività. Tende a dire sì a troppe cose per paura di essere tagliato fuori, sovraccaricandosi di impegni e finendo per non godersi pienamente nessuna esperienza.

Un altro segnale caratteristico è la difficoltà a godersi il momento presente: anche quando si partecipa a un evento o si sta con persone care, l’attenzione è costantemente rivolta a documentare l’esperienza per i social, o a controllare cosa stanno facendo gli altri. Si prova un senso di inadeguatezza quando la propria vita sembra meno piena rispetto a quella che amici e parenti sbandierano sui social. Eppure, basterebbe rendersi conto che quello che vediamo online è quasi sempre una versione filtrata della realtà. Come lo sono anche le foto e i video che pubblichiamo noi.

La FoMO alimenta un ciclo di insoddisfazione cronica, in cui nessuna esperienza sembra mai abbastanza buona o degna di essere vissuta. Contribuisce ad aumentare i livelli di stress e ansia, riduce la capacità di concentrazione e compromette la qualità delle relazioni reali, perché l’attenzione è sempre parzialmente rivolta al mondo virtuale.

I percorsi di cura

Riconoscere di avere un problema con l’uso dei social media è il primo passo fondamentale verso la guarigione. La buona notizia è che esistono approcci terapeutici efficaci per affrontare queste difficoltà. Uno dei trattamenti che ha dato i maggiori risultati è la DBT, la terapia dialettico-comportamentale, non a caso uno dei metodi di cura maggiormente usati per combattere tutte le dipendenze, a iniziare da quelle da alcol e stupefacenti.

La DBT lavora sui pensieri, sulle emozioni e sui comportamenti disfunzionali, e in questo modo spinge la persona a riflettere sui propri comportamenti online, a identificare i pensieri automatici e le convinzioni che alimentano la dipendenza, e a modificarli gradualmente. L’obiettivo non è eliminare completamente l’uso dei social, ma sviluppare un rapporto più sano e controllato.

L’attività fisica regolare rappresenta un’altra strategia riabilitativa importante. Rappresenta un metodo sano per gestire lo stress, combattere l’isolamento sociale e sostituire il tempo trascorso sui social con attività che producono benessere reale e duraturo.

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