Dipendenza digitale, l’Australia vieta i social agli under-16

Dipendenza digitale, l’Australia vieta i social agli under-16

L’Australia vieta l’utilizzo dei social media ai minori di 16 anni, sono “una cocaina comportamentale” secondo la ministra delle Comunicazioni Anika Wells. L’intento è di evitare insomma che l’iperconnessione inneschi comportamenti simili alle dipendenze, e che gli adolescenti possano accedere a contenuti inadeguati, o siano vittime di cyberbullismo. Non si tratta di un caso isolato, diversi Paesi nel mondo stanno lavorando a normative del genere, lo stesso Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione – non vincolante – per chiedere regole più severe. Intanto l’opinione pubblica si spacca sulla legittimità del divieto e i giornali australiani raccontano di genitori che insegnano ai figli come aggirare i blocchi, segno che sono i primi a non condividerlo.

Un allarme giustificato

Le piattaforme stesse sono progettate per massimizzare il tempo trascorso online: algoritmi di raccomandazione basati sul coinvolgimento, notifiche continue, sistemi di ricompensa immediata e meccaniche che incoraggiano l’interazione compulsiva.

Gli effetti sull’apprendimento, sul sonno, sulle relazioni sociali reali e sulla salute mentale degli adolescenti sono al centro delle preoccupazioni di genitori, educatori e professionisti sanitari. L’aumento di ansia, depressione e disturbi correlati all’immagine corporea tra i giovani viene messo in relazione sempre più frequentemente con l’esposizione prolungata ai contenuti dei social media.

Cosa prevede il divieto australiano

La normativa entrata in vigore il 10 dicembre rappresenta il primo provvedimento al mondo di questa portata. Il governo australiano, guidato dal primo ministro laburista Anthony Albanese, ha imposto alle principali piattaforme digitali di rimuovere tutti gli account appartenenti a utenti sotto i sedici anni e impedire la creazione di nuovi profili da parte di adolescenti. Le piattaforme coinvolte sono dieci: TikTok, Facebook, Instagram, X, YouTube, Snapchat, Reddit, Threads, Kick e Twitch. Chi non rispetta la legge rischia sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Restano esclusi dal divieto servizi come YouTube Kids, Google Classroom e WhatsApp, considerati meno rischiosi per la loro natura e funzionalità specifiche.

La decisione del governo australiano si basa su studi che hanno evidenziato come il 96% dei bambini tra i 10 e i 15 anni utilizzi i social media, e che sette su dieci di loro siano stati esposti a contenuti dannosi, inclusi materiali che promuovono disturbi alimentari, comportamenti autolesivi, violenza e messaggi misogini. Uno su sette ha inoltre riportato di aver subito approcci inappropriati da parte di adulti o ragazzi più grandi, mentre più della metà ha dichiarato di essere stata vittima di cyberbullismo.

Le difficoltà nell’applicazione

Tutte le principali piattaforme hanno confermato di adeguarsi al divieto, ma l’implementazione si sta rivelando problematica. I sistemi di verifica dell’età adottati dalle varie aziende tecnologiche si basano su una combinazione di tecniche: riconoscimento facciale per stimare l’età da un selfie, analisi del comportamento online degli utenti e, in alcuni casi, caricamento di documenti di identità.

Questi strumenti però mostrano margini di errore significativi. Numerosi adolescenti sono riusciti a superare i test di verifica senza difficoltà, mentre altri utenti con più di sedici anni sono stati erroneamente identificati come minorenni e hanno visto i loro account disattivati. Una ragazza quindicenne, secondo quanto riportato dai media australiani, è rimasta esclusa dai gruppi di amici perché Snapchat l’ha classificata come under-16, mentre i suoi coetanei sono stati identificati come maggiorenni e hanno mantenuto l’accesso. Il governo ha ammesso di aspettarsi imperfezioni iniziali, sostenendo che l’obiettivo non è di azzerare fin da subito gli accessi, ma inviare un messaggio culturale chiaro. Come ha dichiarato Anthony Albanese, il fatto che alcuni adolescenti riescano occasionalmente a bere alcol non riduce il valore di avere uno standard nazionale che fissa a diciotto anni l’età minima per il consumo di bevande alcoliche.

Non tutti sembrano condividere il divieto e c’è addirittura chi sostiene sia anticostituzionale. Spesso sono le stesse famiglie a metterlo in discussione, alcuni genitori hanno raccontato di aver insegnato ai figli come utilizzare Vpn per mascherare la propria posizione geografica, o come creare account con identità fittizie per continuare a utilizzare i servizi. Il messaggio culturale rischia di essere molto meno chiaro, se sono le stesse famiglie a screditarlo. Senza contare che il divieto rischia di spingere gli adolescenti verso piattaforme meno regolamentate o ambienti digitali più difficili da monitorare, il risultato potrebbe essere paradossalmente un peggioramento della sicurezza online.

I social media dal canto loro hanno annunciato che rispetteranno il divieto, anche se gli strumenti che dovranno adottare – come il riconoscimento facciale – potrebbero presentare diverse lacune. In ogni caso sembrano rendersi conto che il problema esista. O che quantomeno una parte consistente dell’opinione pubblica e della politica senta l’esigenza di regole più severe e che quindi convenga giocare d’anticipo. Meta ad esempio ha recentemente introdotto controlli parentali aggiuntivi su Instagram, tra cui il sistema di classificazione PG-13 già attivo negli Stati Uniti, Canada, Australia e Regno Unito. Questi strumenti danno ai genitori la possibilità di supervisionare le interazioni dei figli con i chatbot basati sull’intelligenza artificiale e altri contenuti, ma l’azienda affida proprio alle famiglie la responsabilità della gestione, piuttosto che imporre blocchi automatici.

Altri Paesi verso restrizioni simili

L’Australia non è sola nel tentativo di regolamentare l’accesso degli adolescenti ai social media. Diversi Stati stanno valutando o implementando misure analoghe, e Malaysia, Danimarca e Norvegia hanno già dichiarato che studieranno il modello australiano per adottare divieti simili. Il Regno Unito ha fatto sapere attraverso un portavoce governativo di seguire con attenzione l’approccio australiano alle restrizioni basate sull’età.

In Florida, nel 2024, il governatore Ron DeSantis ha firmato una delle leggi più restrittive degli Stati Uniti, che vieta l’uso dei social media ai minori di quattordici anni e richiede il consenso genitoriale per i ragazzi di quattordici e quindici anni. La normativa è stata però bloccata l’anno successivo da un giudice federale che l’ha ritenuta in contrasto con i principi costituzionali americani sulla libertà di espressione.

In Europa, Spagna, Francia e Grecia hanno presentato una proposta alla Commissione Europea per rendere più stringenti i criteri di accesso alle piattaforme digitali. La richiesta include l’implementazione di sistemi efficaci di verifica dell’età e strumenti di controllo parentale che permettano alle famiglie di gestire in modo più incisivo l’accesso dei minori ai social network. Anche i Paesi nordici stanno muovendo passi concreti in questa direzione. Norvegia e Danimarca stanno avanzando proposte di legge per innalzare a quindici anni l’età minima per l’iscrizione alle piattaforme social. Le preoccupazioni principali riguardano gli effetti negativi sull’apprendimento, la salute mentale e le relazioni sociali degli adolescenti.

La risoluzione del Parlamento Europeo

Anche in Europa, il fenomeno viene monitorato con apprensione. Il 97% dei giovani usa Internet quotidianamente e il 78% dei minori tra i tredici e i diciassette anni controlla i propri dispositivi almeno una volta all’ora. Un minore su quattro presenta un uso definito problematico o disfunzionale dello smartphone, con dinamiche comportamentali simili a quelle della dipendenza. Secondo l’Eurobarometro 2025, più del 90% degli europei ritiene urgente intervenire per proteggere i minori online. Le preoccupazioni maggiori riguardano l’impatto negativo dei social media sulla salute mentale degli adolescenti (93% degli intervistati), il bullismo online (92%) e la necessità di strumenti efficaci per limitare i contenuti inadatti all’età (92%).

Partendo da questi dati, il Parlamento Europeo ha approvato a novembre con 483 voti favorevoli, 92 contrari e 86 astensioni una risoluzione non vincolante che esprime forti preoccupazioni per la salute fisica e mentale dei minori online. Il documento chiede maggiori tutele contro le strategie manipolative delle piattaforme che possono generare dipendenza e incidere negativamente sulla capacità degli adolescenti di concentrarsi e interagire in modo equilibrato con i contenuti digitali. Anche il Parlamento chiede di fissare a sedici anni l’età minima per accedere ai social media, alle piattaforme di condivisione video e ai compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale. Viene però lasciata aperta la possibilità per i minori tra i tredici e i sedici anni di accedervi con autorizzazione dei genitori.

Nella risoluzione, si chiede anche di vietare le pratiche più dannose che generano dipendenza, come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, l’aggiornamento tramite trascinamento verso il basso e i cicli di ricompensa. Particolare attenzione viene dedicata alle meccaniche di gamification nei videogiochi online, con la richiesta di vietare le scatole premio e altri contenuti randomizzati, come valute interne alle app, ruote della fortuna e meccanismi che spingono gli utenti a spendere denaro per progredire più rapidamente. Gli eurodeputati spingono infine per affrontare con urgenza le sfide etiche e giuridiche poste dagli strumenti di intelligenza artificiale generativa, come i deepfake, i chatbot da compagnia e le applicazioni che generano immagini manipolate di persone senza il loro consenso.

La posizione italiana

In Italia, Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria, ha espresso un giudizio positivo sulla decisione australiana. Il presidente ha affermato che i social network generano una dipendenza comportamentale e ha definito il fenomeno come qualcosa di cui avere paura. Agostiniani ha sottolineato che l’Australia ha fatto bene perché oltre a prendere atto del problema ha adottato una misura concreta per difendere i giovani dai rischi causati dall’iperconnessione. Il pediatra ha auspicato che l’esempio australiano possa fare da apripista per altri Paesi, inclusa l’Italia, dove finora ci si è limitati a prendere atto del problema senza intervenire con provvedimenti legislativi concreti.

Il presidente della Società italiana di pediatria ha riconosciuto che è difficile che venga approvata una legge simile nel nostro Paese, ma ha comunque valutato molto importante l’atto di comprensione del governo australiano verso i suoi giovani. La questione della dipendenza comportamentale dai social media e dai dispositivi digitali rappresenta secondo Agostiniani una priorità che richiede interventi urgenti, anche se complessi da implementare sul piano normativo e culturale.

Dipendenza digitale: un fenomeno da affrontare

Il dibattito sull’opportunità di vietare i social media agli adolescenti tocca questioni che vanno oltre l’aspetto normativo. L’uso problematico degli smartphone e delle piattaforme digitali tra i giovani è un fenomeno documentato da numerosi studi e sempre più riconosciuto come una forma di dipendenza comportamentale. Il caso australiano rappresenta un esperimento su scala nazionale che molti Paesi stanno osservando con attenzione. L’efficacia del divieto, le sue conseguenze non intenzionali e la capacità delle tecnologie di verifica dell’età di funzionare correttamente saranno valutate da un gruppo accademico indipendente incaricato di esaminare gli impatti a breve, medio e lungo termine.

La questione rimane aperta e complessa. Se da un lato il divieto risponde a preoccupazioni legittime e diffuse, dall’altro solleva interrogativi sull’efficacia pratica, sulla libertà di accesso all’informazione e sulla responsabilità educativa delle famiglie. Il modello australiano diventerà probabilmente un punto di riferimento per altri Paesi, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di bilanciare protezione e libertà, controllo e educazione digitale, divieti normativi e responsabilità condivisa tra piattaforme, istituzioni e famiglie

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