La cura: trasmettere vita

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MENSILE A CURA DEL CENTRO SAN NICOLA.
N.1 GENNAIO 2020.

 

Paolo racconta la sua esperienza con l’alcol e la sua rinascita grazie al Centro San Nicola

 

La svolta arriva il 31 luglio 2014. La data, Paolo, se la ricorda bene. Difficile dimenticarla. Due giorni perso per l’aeroporto di Dubai sotto gli effetti dell’alcol. Senza dare notizie di sé a nessuno. Figlie comprese. Lo hanno cercato ovunque, hanno allertato anche la Farnesina. Dopo quarantotto ore è stato rintracciato che vagava senza coscienza di sé, e del tempo, nello scalo degli Emirati Arabi. Subito imbarcato e riportato a Roma. “Ora andremo a Villa Silvia, tra dieci giorni, fatti trovare altrimenti ognuno per la sua strada”, l’ammonimento delle figlie, al suo arrivo, aveva il sapore acre di un ultimatum, d’amore però. Di grande amore. Fatti trovare: volveva dire ascoltaci. Paolo ha ascoltato. Non senza riluttanza. “Ero scettico”, ha ammesso. Paolo il cammino di disintossicazione dall’alcol lo aveva compiuto troppe volte. Le ricadute erano state una compagna di viaggio abituale nella sua vita. E ne avevano irrobustito la vena di scetticismo. “Molte volte avevo provato ad uscire da questo tunnel, sempre ci ero rientrato. Uscivo dalle strutture fisicamente integro e puntualmente tornavo a bere, riprendendo la vita di sempre. Senza capire che avrei avuto bisogno di una cura più profonda, interiore”. La vita consueta. Apparentemente normale. Un ottimo lavoro, una vita dinamica, troppo, evidentemente. Paolo ne è convito, adesso, prima meno. “Lavoravo sempre, non conoscevo riposo, paradossalmente più ero attivo più mi immergevo nell’alcol. Le due strade andavano parallele, ero sempre sull’acceleratore, lo studio professionale di mia proprietà era ben avviato. Vivevo così, senza mai capire che avrei dovuto e potuto rallentare, soprattutto per prendere coscienza di me”. Oggi Paolo stenta a credere di poter respirare e forse ancora di più stenta a credere di aver condotto quella vita per così tanto tempo. Perché Paolo ha 74 anni e ha cominciato questo suo rapporto carnale con l’alcol presto, “già ai tempi dell’università. All’inizio per svago, e non ho più smesso.

“Molte volte avevo provato ad uscire da questo tunnel, sempre ci ero rientrato. Uscivo dalle strutture fisicamente integro e puntualmente tornavo a bere, riprendendo la vita di sempre.”

Nel lavoro andavo avanti grazie ai miei collaboratori, che ringrazio tutt’ora, sono stati fondamentali. Capitava che facessi riunioni e il giorno dopo non ricordassi quello che avevamo stabilito il giorno precedente”. Se al lavoro erano importanti i collaboratori, a casa ancora di più la famiglia. Cui oggi, però, manca una parte fondamentale: “Mia moglie è scomparsa venti anni fa, era lei che mi spingeva a lottare, lei mi accompagnava in questo percorso doloroso per tutti e due. È il mio più grande rimpianto, perché non è riuscita a vedere quel che sono oggi. Lo avrebbe meritato più di ogni altra persona, per la grandissima forza che ha avuto nello starmi vicino. Molto merito è suo se adesso posso raccontare la mia esperienza. Da vivo”. La notte di Paolo prosegue anche dopo la scomparsa della moglie. Sino a quella data fatidica. Sino al fondo toccato nell’aeroporto di Dubai. Sino all’ultimatum amorevole delle figlie. Perché a quel punto ricomincia davvero un’altra vita. “In attesa di entrare a Villa Silvia stavo male, ero in casa solo. Poi è arrivato il momento di questa nuova disintossicazione e ho deciso di accettare il percorso del Centro San Nicola”. Giorni difficili, “non avevo tv, giornali, auto, praticamente nulla cui ero abituato. Soffrivo per questo vuoto, che vuoto in realtà non era, perché partecipavo agli incontri dove ognuno raccontava la propria esperienza. Avevo sempre perplessità, ma partecipavo ed ascoltavo tutti. Sino a quando non ho dovuto io rivolgermi agli altri. Mai avrei immaginato di poter parlare così tanto di me, raccontare questioni tanto intime a persone che conoscevo appena, far uscire tutto il dolore provato. È stata come un’esplosione liberatoria, e mi sono salvato”. La parola chiave per Paolo è condivisione “Puoi dire le stesse identiche cose davanti ad uno specchio e non sarà mai lo stesso che condividere le tue emozioni con chi ti è vicino. Condividere mi ha liberato da pesi opprimenti”.

 “Al Centro San Nicola ho iniziato ad apprezzare aspetti della vita dimenticati, ma anche a liberarmi di ciò che era inutile.”

Oggi Paolo sta bene, anche se l’attenzione resta alta in quanto la guarigione non è mai definitiva, “Al Centro San Nicola ho iniziato ad apprezzare aspetti della vita dimenticati, ma anche a liberarmi di ciò che era inutile”. Una redenzione laica che Paolo assapora quotidianamente, una rinascita che assomiglia alla leggerezza con cui la brezza accarezza il viso certe mattine fresche e lievi e che ora ha qualche nome preciso. ‘Serenità’ innanzitutto, “la conquista più profonda di questi anni”. Ma anche nomi propri che rispondono a quelli delle figlie, dei nipoti “con cui ho un rapporto bellissimo, nuovo, ricordo quando venivano a casa e chiedevano alla mamma che cosa avessi. Magari non capivano ma intuivano la gravità del mio malessere. Oggi gioco con loro, li accompagno, è un’altra vita”. Poi la ‘partecipazione’. “Perché oggi condivido, secondo il principio dei 12 passi, la mia esperienza. Innanzitutto al Centro San Nicola dove torno mensilmente a raccontare quanto mi è accaduto, che cosa sono stato e chi sono ora. Nessuna predica che non servirebbe, ma la mia esperienza è a disposizione di chi ne ha bisogno, così come altri hanno fatto con me, prima di me. Quando torno al Centro San Nicola è una nuova immersione di vita, da dare e da ricevere. Ringrazierò sempre la famiglia Aliotta che mi concede anche ora questa opportunità”. Paolo non si limita a frequentare il Centro San Nicola ma è attivo anche in altre strutture dando respiro ampio al percorso compiuto a Piticchio. Sembra un apostolo della vita generosamente in cerca di altra vita da trasmettere. E ci congeda con l’unico messaggio, per lui, possibile: essere sempre in rete. Per abbracciare un giorno dopo l’altro. “Da solo non ce l’avrei mai fatta”.