Tutti temono il fentanyl, ma il vero allarme è il crack
Il fentanyl – almeno per il momento – non ha preso piede in Europa, l’emergenza che sta sconvolgendo gli Stati Uniti tuttavia fa tremare anche il Vecchio Continente, intanto però il nostro Paese sta fronteggiando un’emergenza sanitaria altrettanto preoccupante: l’aumento esponenziale del consumo di crack. I dati della Relazione annuale della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga 2025 dimostrano in maniera inequivocabile che questa sostanza sta prendendo piede molto più rapidamente degli oppioidi sintetici, con conseguenze devastanti per la salute pubblica.
Il boom dello spaccio
I numeri parlano chiaro. Tra il 2023 e il 2024, i minorenni arrestati per spaccio di crack sono aumentati dell’87,2%, e all’allarme sulla diffusione della sostanza, si unisce anche quello sul coinvolgimento di fasce sempre più giovani della popolazione nel commercio. La serie storica del periodo 2019-2024 mostra una crescita costante dei sequestri: dai 7 chilogrammi circa del 2019 si è passati agli oltre 25 del 2024, più del triplo.
Le aree geografiche più colpite sono il Meridione e l’Italia Centrale, con Campania, Lazio e Sicilia in testa per quantitativi sequestrati. Nel Nord Italia, spicca il Piemonte, in particolare la provincia di Torino, dove il fenomeno risulta fortemente radicato.
Cos’è il crack e come si produce
Il crack è in parte lo stesso della cocaina, ma il processo di produzione è relativamente più semplice e poco costoso. Si parte dalle foglie di coca che vengono triturate e ridotte in poltiglia, poi utilizzando alcuni solventi si ottiene la pasta di coca. A questo punto si eliminano le impurità utilizzando acido cloridrico e agenti ossidanti. Si ottiene così il cloridrato di cocaina che va fatto bollire in una soluzione basica.
Qui i processi di lavorazione si differenziano, per arrivare alla cocaina infatti occorre utilizzare l’etere che rende però il procedimento particolarmente pericoloso. L’etere infatti è facilmente infiammabile e si possono verificare delle esplosioni. Per ottenere il crack, invece, si fa bollire il cloridrato di cocaina con dell’ammoniaca o del bicarbonato. La miscela cristallizza e si arriva, appunto, al crack. La Relazione DCSA evidenzia che “l’importazione della cocaina base nell’UE è pure la causa della crescita della circolazione del crack, la cui produzione è diretta lavorazione della cocaina base”.
Modi di assunzione e pericolosità
Il crack viene generalmente riscaldato e il fumo prodotto viene inalato, spesso con l’ausilio di pipe in vetro o metallo. Può essere consumato da solo o in associazione a marijuana, tabacco o anfetamine (in quella che viene chiamata “speed-rock”).
La vera pericolosità del crack risiede nella sua capacità di creare dipendenza in tempi brevissimi. Come sottolinea la DCSA, questa sostanza “genera dipendenza già dalla prima fumata”. Gli effetti droganti sono molto intensi ma di breve durata, e di conseguenza chi ne fa uso arriva rapidamente a assumere la sostanza più volte al giorno in un circolo vizioso devastante. Questa caratteristica, unita ai bassi costi di produzione e alla possibilità di ottenere molteplici cristalli da pochi grammi di cocaina, rende il crack “fonte di un vero e proprio allarme sociale per gli effetti devastanti sullo stato psicofisico degli assuntori”.
Non è solo la droga degli emarginati
La Direzione Centrale dei Servizi Antidroga identifica come principali luoghi di spaccio “le periferie cittadine e i quartieri più popolari, dove è elevato il tasso di disoccupazione, ci sono situazioni di degrado ambientale e sociale”. Questo ha contribuito a creare nell’immaginario collettivo l’idea del crack come “droga degli emarginati”. Sebbene l’utilizzo sia “caratterizzato da hotspot di consumo locali tra comunità emarginate”, in Europa si sta assistendo a “un complesso cambiamento nel consumo”.
Questo stereotipo insomma rischia di nascondere la vera portata del fenomeno. Augusto Consoli, Direttore del Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL Roma 1, in un’intervista rilasciata a Repubblica subito dopo la Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, ha lanciato un allarme importante: il crack si sta diffondendo ben oltre i contesti tradizionalmente considerati a rischio.
Consoli infatti sottolinea che questa sostanza sta raggiungendo “fasce di età e contesti sociali molto diversi”, sfatando lo stereotipo che la relegherebbe esclusivamente ai margini della società. Ancora più preoccupante è la sua affermazione secondo cui il crack rappresenta “una delle sostanze che dà maggiori problemi nel trattamento terapeutico”, rendendo particolarmente complesso il percorso di recupero per chi ne diventa dipendente.
La sfida del trattamento
La rapidità con cui il crack crea dipendenza e la difficoltà nel trattamento terapeutico rappresentano una sfida seria per i centri specializzati nel recupero dalle dipendenze. La combinazione tra dipendenza immediata, effetti di breve durata che richiedono assunzioni ripetute e complessità del trattamento crea un quadro allarmante che richiede interventi tempestivi e mirati.
Fai il primo passo, CONTATTACI!
Adesso hai una dipendenza, tra due mesi avrai una vita…