Cocaina e gioco d’azzardo: la metamorfosi delle dipendenze in Italia
C’è un momento preciso in cui la statistica smette di essere un numero freddo su un rapporto ministeriale e diventa una realtà che bussa alla porta dei servizi. È il momento in cui ci si rende conto che il volto delle dipendenze nel nostro Paese è cambiato drasticamente. Non siamo più di fronte all’epidemia di eroina degli anni Settanta, ma a una minaccia multiforme che corre lungo le piazze di spaccio digitali e si nasconde dietro vite apparentemente impeccabili.
L’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze, presentata dal Sottosegretario Alfredo Mantovano, fotografa uno scenario senza precedenti: per la prima volta in Italia, il numero di decessi direttamente attribuiti alla cocaina ha raggiunto quello legato all’eroina e agli oppiacei. Nel 2024, sono state 80 le vite spezzate dalla polvere bianca, un dato che segna il massimo storico e conferma come questa sostanza abbia perso definitivamente l’aura di droga elitaria per diventare un killer democratico e trasversale.
La cocaina e l’illusione del controllo
“La cocaina non è più la droga dei ricchi degli anni Novanta”, osserva la dottoressa Federica Aliotta, evidenziando come il calo del prezzo e la capillare diffusione nelle piazze di spaccio abbiano reso la sostanza accessibile a fasce d’età sempre più giovani. Ma il pericolo non risiede solo nella reperibilità. A preoccupare gli esperti è la mutazione della sostanza stessa: sul mercato al dettaglio si registra un costante aumento di campioni di crack con concentrazioni di principio attivo che sfiorano il 90%.
Il crack, in particolare, rappresenta oggi una delle sfide terapeutiche più complesse. La sua capacità di generare dipendenza “già dalla prima fumata” innesca un circolo vizioso devastante, spesso ignorato da chi si illude di poter gestire il consumo occasionale. In contesti come il Centro San Nicola, si osserva quotidianamente come questa illusione di autonomia sia l’ostacolo più grande alla richiesta di aiuto. Spesso le persone che iniziano un percorso hanno storie di successo, lavori stabili e immagini curate, ma nascondono un vuoto emotivo che la sostanza non elimina, ma semplicemente attenua fino a renderlo insopportabile.
Il boom dell’azzardo e le nuove schiavitù digitali
Se la cocaina segna record tragici, il mondo delle dipendenze comportamentali non è da meno. Il gioco d’azzardo in Italia è diventato un business che non conosce crisi: nel 2024 la raccolta complessiva è salita a circa 157 miliardi di euro, alimentata quasi interamente dal settore online. Non si tratta solo di numeri economici, ma di una fragilità sociale che coinvolge quasi tre milioni di persone nel nostro Paese, tra giocatori patologici e soggetti a rischio moderato.
Il gioco d’azzardo, proprio come l’alcol, gode di una pericolosa accettazione sociale che ne maschera la natura patologica. “Non ha senso distruggere le vigne per eliminare l’alcolismo”, ripete spesso la Dott.ssa Alessia Marcaccio, direttrice clinica del San Nicola, sottolineando che il problema non è lo strumento, ma la causa che spinge l’individuo a rifugiarsi in esso. Molti giovani oggi riducono le relazioni interpersonali al feedback dei social o all’eccitazione di una scommessa virtuale, utilizzando lo schermo come un regolatore emotivo per gestire solitudine e ansia da prestazione.
Il rapporto OISED 2024 conferma questa tendenza: mentre l’uso di sostanze tradizionali tra i giovanissimi mostra lievi segnali di flessione, crescono in modo esponenziale i comportamenti a rischio legati ai videogiochi (che coinvolgono oltre 290 mila studenti) e l’uso problematico di Internet. È una sorta di “allenamento alla dipendenza” che avviene in età precoce, strutturando la personalità in modo che ogni disagio trovi risposta immediata in uno stimolo digitale.
Oltre la cura: l’importanza di una rete di protezione
Di fronte a questa metamorfosi, la risposta non può essere solo repressiva. La nuova strategia dell’Unione Europea e le recenti iniziative legislative italiane, come la “Legge anti-crack” in Sicilia, spingono verso un approccio integrato che metta al centro la prevenzione e il supporto precoce. Tuttavia, i dati OISED rivelano che in Italia mancano ancora circa 2.000 unità di personale nei servizi pubblici per raggiungere gli standard necessari.
Il modello di residenzialità breve promosso da Vincenzo Aliotta parte dal presupposto che sia necessario “fermare il comportamento per capire il comportamento”. Un percorso di due mesi in un ambiente protetto e stimolante non ha l’obiettivo di “isolare” la persona, ma di fornirle quegli strumenti cognitivi ed emotivi necessari per iniziare a ricostruire la propria quotidianità.
Fondamentale, in questa visione, è il metodo dei 12 passi, che sposta l’accento dalla sola astinenza fisica a una più profonda consapevolezza di sé e del proprio limite. Non si guarisce mai definitivamente dalla dipendenza, ma si può imparare a vivere una sobrietà piena, 24 ore alla volta.
Il recupero autentico richiede però che anche la famiglia e il contesto sociale facciano un passo avanti. Spesso le persone che vivono accanto a chi soffre di dipendenza cadono nella trappola del controllo o del senso di colpa, alimentando involontariamente il problema. Creare una rete di protezione che includa professionisti, gruppi di mutuo aiuto come Alcolisti Anonimi o Narcotici Anonimi, e figure di supporto come gli “sponsor”, è l’unica via per rendere il cambiamento duraturo.
“La droga e le dipendenze sono una prigione invisibile”, ricordava recentemente Papa Leone XIV, sottolineando che il male si vince solo insieme. I dati del 2024 ci dicono che la prigione è diventata più affollata e le sue mura più difficili da scorgere, ma ci confermano anche che la via d’uscita esiste, purché si abbia il coraggio di riconoscerla e di percorrerla, un passo alla volta.
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Adesso hai una dipendenza, tra due mesi avrai una vita…