L’illusione della fuga: se i dati sulle acque reflue svelano le nuove rotte delle dipendenze

Tubazioni industriali che scaricano acque di scarto sulla sabbia vicino alla riva.

L’illusione della fuga: se i dati sulle acque reflue svelano le nuove rotte delle dipendenze

Esiste un’immagine, quasi cinematografica, che spesso associamo al consumo di sostanze: quella delle grandi metropoli, dei vicoli bui delle capitali o della frenesia dei centri finanziari. Tuttavia, la realtà che emerge dalle analisi più recenti ci racconta una storia diversa, spostando l’asse del problema verso la provincia, verso quei territori che nell’immaginario collettivo sono ancora considerati oasi di operosità e tranquillità. I dati emersi dallo studio delle acque reflue in Lombardia, e in particolare nella zona della Bassa Bergamasca e dell’Isola, non sono solo numeri: sono un grido d’allarme silenzioso che scorre sotto le nostre città.

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i dati raccolti dall’Istituto Mario Negri rivelano tendenze che ribaltano le gerarchie del consumo. In territori come la Bassa Bergamasca, la presenza di cocaina nelle acque reflue è risultata essere il doppio rispetto a quella rilevata a Milano. Ancora più impressionante è il dato sulla ketamina, i cui residui sono triplicati nel giro di poco tempo. Queste evidenze confermano quanto Vincenzo Aliotta, fondatore del Centro San Nicola, ha spesso sottolineato: la dipendenza è una patologia “democratica” e trasversale, capace di attecchire laddove la noia, la pressione sociale o il vuoto esistenziale diventano insopportabili.

La geografia del consumo: oltre lo stereotipo della metropoli

L’analisi delle acque reflue è un metodo scientifico che non ammette menzogne. Come spiegano gli esperti dell’Agenzia Europea delle Droghe (EUDA), ogni sostanza consumata viene espulsa attraverso i metaboliti urinari e finisce nel sistema fognario. Questo monitoraggio in tempo reale permette di scattare una fotografia oggettiva, libera dalle percezioni soggettive o dal timore del giudizio che spesso vizia i sondaggi tradizionali.

Il fatto che territori di provincia superino le grandi metropoli nel consumo di cocaina suggerisce un cambiamento profondo nelle dinamiche sociali. La cocaina non è più la “droga dei ricchi” o dell’élite finanziaria; è diventata uno strumento, illusorio quanto pericoloso, per reggere i ritmi di una quotidianità che chiede performance sempre più elevate. Si sniffa per lavorare di più, per sentirsi brillanti in società, per coprire quel “dolore sottile” di cui parlano spesso le persone che accogliamo al Centro San Nicola. Dietro una vita apparentemente ordinata, fatta di lavoro stabile e impegni familiari, può nascondersi una fragilità che cerca nella sostanza un regolatore emotivo.

L’allarme ketamina: il distacco dalla realtà

Se la cocaina rappresenta l’accelerazione, il triplicarsi della ketamina indica una direzione opposta: la ricerca del distacco. Nata come anestetico per uso medico e veterinario, la ketamina, in dosi non controllate, induce stati dissociativi e allucinazioni. È la ricerca del cosiddetto “k-hole”, una sensazione di depersonalizzazione che permette di “uscire dal proprio corpo”.

In Italia, l’uso ricreativo di questa sostanza è in forte aumento. I dati del CNR indicano che una percentuale crescente di giovani e giovani adulti vi fa ricorso durante serate techno o rave, ma l’accessibilità digitale tramite app di incontri e piattaforme web sta spostando il consumo anche in contesti privati. Il rischio, come evidenziato dalle relazioni cliniche, è l’insorgenza di danni cerebrali permanenti, gravi problemi urinari e una dipendenza che compromette irreversibilmente le relazioni sociali.

Fermare il comportamento per capire il comportamento

Quando i dati mostrano un aumento così verticale dei consumi, la risposta non può essere esclusivamente repressiva. La storia delle dipendenze insegna che proibire non basta se non si interviene sulle cause profonde. Vincenzo Aliotta amava ripetere un concetto cardine: “è necessario fermare il comportamento per capire il comportamento”. Chi si trova intrappolato nella rete di una sostanza ha bisogno, prima di tutto, di un ambiente protetto dove il silenzio e la distanza dagli stimoli esterni permettano di ristabilire un contatto autentico con sé stessi.

L’approccio multidisciplinare che proponiamo non mira a una “guarigione certa” — termine che la scienza medica rifiuta per la natura cronica e recidivante della dipendenza — ma a una gestione consapevole della propria fragilità. Il percorso terapeutico deve lavorare sull’equilibrio tra validazione della persona e cambiamento del comportamento disfunzionale. Non si tratta di “tornare come prima”, ma di costruire una stabilità nuova, dove la sostanza non sia più necessaria per affrontare il vuoto o lo stress.

La rete di sostegno e la cultura della cura

I dati di Bergamo e della sua provincia richiamano alla responsabilità collettiva. Se le acque reflue ci dicono che il consumo è raddoppiato, significa che attorno a noi ci sono persone che soffrono nell’ombra, riuscendo a mantenere una vita apparentemente funzionale mentre la loro struttura interna si sgretola. Come emerge dalla “Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze”, il policonsumo è ormai la norma: si mischia l’alcol con la cocaina per modularne gli effetti, creando cocktail tossici per il cuore e per il cervello.

Uscire da questo circolo vizioso richiede coraggio e umiltà. Il metodo dei 12 passi, che ispira il nostro lavoro, parte proprio dall’ammissione di impotenza: riconoscere che la sostanza è diventata più forte di noi è il primo passo verso la libertà. Ma questo processo non può avvenire in solitudine. È necessaria una rete che coinvolga i servizi territoriali, le famiglie e i gruppi di auto-mutuo-aiuto.

Fare cultura nel campo delle dipendenze significa oggi togliere lo stigma: la persona che abusa di ketamina o cocaina non è un vizioso, ma un individuo che ha smarrito la propria bussola emotiva. La bellezza del paesaggio che circonda il nostro centro, l’Officina dell’Anima e le attività di espressione corporea sono strumenti per ricordare a chi soffre che la dignità non si perde con la malattia. Si può ricominciare a vivere, un passo alla volta, partendo dalla verità che i dati scientifici ci mettono davanti agli occhi, per trasformarla in una reale opportunità di rinascita.


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