Centro San Nicola

"Posso farcela da solo": la chimera dell'autonomia nella dipendenza

Posso Farcela da SoloAnni fa lessi un libro che si rivelò fondamentale per la mia formazione: si chiama "Flatlandia" e racconta una storia fantastica. Non parla della dipendenza, ma al suo interno si descrive un rilevante processo psicologico, che nella dipendenza assume un ruolo fondamentale e senza il quale nessun percorso di recupero potrebbe avere luogo: la presa di consapevolezza, innanzitutto del problema.

Il libro ipotizza un mondo a due dimensioni ("flat", appunto), abitato da forme geometriche a cui manca la terza dimensione: l'altezza. Un giorno il protagonista, un quadrato, giunge in un altro mondo chiamato "Linealandia", dove addirittura manca anche la larghezza: qui di dimensione ce n'è una sola e tutto è costituito unicamente da linee e punti. Incontrato il Re di questo nuovo mondo, il nostro quadrato cercherà di spiegargli l'esistenza della seconda dimensione, ma otterrà da lui solo reazioni negative e rabbiose. Il Re di Linealandia, semplicemente, non potendosi osservare da prospettive diverse (del resto, è bloccato in un mondo mono-dimensionale), non riesce a concepire qualcosa di totalmente estraneo alla "sua" realtà e si rifiuta di accettarne l'esistenza.

In una fase avanzata della malattia, un dipendente può anche riconoscere molto chiaramente il dolore e la sofferenza creati dalla sostanza: riconosce che esiste un problema, senza però comprenderne la natura. Spesso gli sfugge come i propri comportamenti non siano un semplice "vizio" ma, appunto, una dipendenza. Il controllo che pensa di poter esercitare sulla sostanza, in realtà, non è altro che pura illusione. Fino a quando non si renderà conto di non avere il controllo sulla sostanza e su sé stesso, nessun aiuto è pensabile.

In una fase iniziale, ancora illuso di avere la situazione sotto controllo e di "potercela fare da solo", il dipendente cerca di mettere in atto svariati tipi di condotte per tenersi lontano dalla sostanza, che però si rivelano fallimentari.

È solo quando inizia a pensare che forse da solo non ce la farà, che si rende finalmente possibile la richiesta di aiuto. Anche a questo punto, però, è ancora difficile per il dipendente riconoscere la vera natura del problema. Ciò comporta l'ammissione della propria impotenza, e tale processo può risultare molto doloroso per una persona ("Non c'è presa di coscienza senza sofferenza", diceva Jung). Spesso si cerca ogni tipo di scusa e ragione pur di dimostrare, in primis a sé stessi, che non si è perso il controllo. Questa è la sfida che il dipendente, anche nel bel mezzo di un percorso comunitario, spesso vuole ingaggiare.

Quando finalmente si sente bene (sono ormai settimane o anche mesi ormai che non tocca più alcun tipo di sostanza), torna ad emergere un pensiero: "se sto così bene, allora posso anche concedermelo un bicchiere ogni tanto". L'idea di poter controllare sé stesso e la sostanza è così radicata, al di là di ogni ragionevole evidenza e conseguenza negativa, che anche dopo mesi senza assunzione e di lavoro su di sé, il dipendente torna a pensare di poter controllare la situazione. C'è bisogno di qualcuno che gli mostri che quanto sta facendo, anche solo con il pensiero, è di nuovo mettersi in sfida con sé stesso e con la sostanza. La battaglia ingaggiata con la sostanza per dimostrare che "sono più forte io" è una sfida in cui a perdere è sempre il dipendente.

Il percorso di recupero, invece, inizia soprattutto dalla fase dell'accettazione: accettazione della dipendenza e quindi della propria impotenza, che significa consapevolezza della sconfitta ogniqualvolta ci si mette in sfida con la sostanza. Altrimenti, la valanga della ricaduta - che inizia dal singolo cristallo di neve di un comportamento apparentemente innocuo e che in breve si trasforma nel gigante onnivoro che è la sostanza - è sempre dietro l'angolo.

Ma cosa c'entrano Flatlandia, il Quadrato e il Re? Voglio usare questa storia come metafora del percorso terapeutico, con le dovute differenze. L'operatore è come il quadrato: vede la situazione da fuori, conosce le "dimensioni" che il dipendente "re" ignora e si rifiuta di considerare, nella sua convinzione di conoscere tutto il conoscibile. La dipendenza, infatti, non è solo sostanza: in realtà, la sostanza arriva alla fine. Prima ci sono tutta una serie di dimensioni psicologiche (non più geometriche, uscendo fuor di metafora) fatte di atteggiamenti, convinzioni, comportamenti ed emozioni (represse, ignorate, rifiutate, considerate "deboli e sbagliate") che vengono da lontano, che si sono strutturate e cristallizzate come uniche modalità possibili per stare al mondo, ma che trascinano il dipendente verso una vita arrancata, coartata, fatta di illusioni: il terreno è ora fertile per l'arrivo della sostanza, unico "rimedio" a un mondo che il dipendente non vuole e non accetta.

Certamente, non è possibile conoscere a priori ogni singolo dipendente: ciascuno è diverso ed ha una storia diversa. Il terapeuta, però, conosce i meccanismi psicologici sottostanti la dipendenza - i suoi istigatori - e instaurando una relazione con il dipendente può aiutarlo a vedere i processi emotivi e comportamentali che fino a quel momento egli aveva ignorato, abituandosi invece a dare la colpa della propria situazione a qualcuno o qualcosa fuori da sé.

Spesso, poi, nella persona dipendente è presente una forte ambivalenza: a fronte di una grande determinazione al cambiamento, può esserci una scarsa fiducia nelle proprie possibilità di farcela, nelle cosiddette "risorse". La convinzione di potercela "fare da soli" può talvolta lasciare il posto all'aspettativa di non farcela. Così, capita che la persona dipendente sia cieca non solo rispetto alle dinamiche che soggiacciono alla propria problematica, ma anche alle risorse che possiede e che potrebbe mettere in campo nel proprio percorso di recupero.

Ciò che un'équipe composta da terapeuti, educatori e counsellor può fare è aiutare il dipendente a guardarsi dentro. Il nostro sguardo, infatti, va verso l'esterno, siamo tutti cresciuti esplorando il mondo intorno a noi, con le persone che lo abitano e i fatti che vi accadono: allo scopo di sopravvivere è molto più utile guardar fuori che dentro. Ma per una vita sana è vero il contrario: ciò che sta dentro, e che troppo spesso viene ignorato, è il punto di partenza per poter instaurare una relazione sana con sé stessi, con gli altri e con il mondo.

Ecco perché "fare da soli" è così difficile e pericoloso: perché il recupero è pieno di insidie, molte delle quali vengono da dentro più che da fuori. C'è bisogno di qualcuno che aiuti la persona a rivolgere il proprio sguardo verso l'interno, per riconoscere quali sono le attitudini, le modalità di gestione delle proprie emozioni, i meccanismi, i comportamenti che vengono ignorati e che sono però gli artefici primi del processo di dipendenza.

 

Dott. Claudio PederzaniDott. Claudio Pederzani
Psicologo - Psicoterapeuta
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