Centro San Nicola

Il contrasto tra "sé buono" e "sé cattivo" nel paziente dipendente

Cos'è la Dipendenza L'incontro con la persona dipendente avviene lentamente: il suo vero sé è trincerato dietro importanti barriere difensive, erette per difendersi dalla minaccia interna (dalla pervasività, a volte incontrollabile, dei propri stati emotivi) prima ancora che dalla minaccia esterna. Chi si relaziona con simili soggetti deve tener conto dell'importanza strutturale di queste barriere, che esigono, inizialmente, un particolare rispetto e una fondamentale accettazione. Il contatto con il vero sé richiede tempo e pazienza.

Nella prima fase del percorso di recupero, quasi ogni cosa è "trattabile": la terapia farmacologica, le sigarette, il caffè, come anche il significato dei valori normativi vigenti all'interno della struttura riabilitativa. La difficoltà ad accettare le regole, unita ad una scarsa tolleranza alla frustrazione, dà adito a questa continua messa in discussione di norme e regolamenti. Le motivazioni addotte hanno spesso una loro logica stringente e fanno leva sul buon senso, sul buon cuore, o tendono essenzialmente ad impietosire e a colpevolizzare.

Di frequente, vengono messe in atto anche espressioni più sottili di manipolazione, non facili da riconoscere e ancor meno da gestire: ad esempio l'idealizzazione ("sei il mio operatore preferito, con te sento proprio di potermi aprire") o, di converso, la svalutazione. Esse sottendono il rischio di colludere con il paziente, talvolta concorrendo persino all'instaurarsi di tensioni all'interno dell'équipe di lavoro e a cui seguono sentimenti intensi, complessi e diversificati come la gratitudine, l'identificazione con le aspettative dell'altro, la delusione, il disprezzo e il senso di colpa.

La relazione con la persona dipendente, pur avvenendo prevalentemente su un piano di concretezza, è cogente; difficile rimanerne distaccati o indifferenti, difficile perfino non reagire, in alcuni casi. Si è partecipi di un continuo bisogno di definire i propri confini e frequenti sono i tentativi di invasione degli spazi individuali altrui. E quando le difese più esterne cominciano a cedere, gli agiti, più o meno plateali, riveleranno le prime espressioni di "verità", talvolta animalesche e sopraffacenti, altre volte insidiose e seducenti, della personalità dell'individuo.

L'aggressività che il dipendente può manifestare durante il processo di recupero, attraverso le liti, la trasgressione delle regole, il rifiuto di partecipare alle attività di gruppo, è spesso l'espressione di un bisogno più profondo, quello di fidarsi di chi è deputato ad aiutarlo. È una necessità immateriale ma palpabile: "Sarà in grado di aiutarmi davvero? O mi tradirà, come hanno fatto tutti gli altri?". La fiducia di una persona che sta affrontando la propria dipendenza si ottiene anche attraverso queste sfide: dimostrando di saperle gestire senza spaventarsi e senza cedere di un passo. È fondamentale non abdicare mai al proprio ruolo di garante dell'autorità. Garantire una "base sicura" è una responsabilità imprescindibile per una efficace relazione d'aiuto in tutti gli ambiti clinici, e le dipendenze non fanno certo eccezione.

In tali situazioni si ha l'impressione di avere a che fare con una smania che chiede di essere domata, per cui sembra non possa mai esserci soddisfazione; una continua ricerca di evasione e di contenimento, di fuga e di contatto, di fusione e di contrasto. E tutto ciò, in fondo, non è altro che il processo di recupero di una persona che sta cercando di liberarsi dalla propria dipendenza. Si dimena, si agita, cerca di svincolarsi, e se non ce la fa piomba in uno stato di profonda depressione, salvo poi riprovarci ancora, una volta riprese le forze.

La maggioranza delle persone dipendenti esprime questa grande frattura interiore: c'è un "sé buono", con propositi di redenzione e di cambiamento, e un "sé cattivo", che reagisce e distrugge; c'è l'io illuso ("ricomincio da capo", "io non sono come gli altri"...) e l'io spezzato che rifugge l'ombra della cronicità e si rifugia nell'autocommiserazione e nella distruttività; c'è l'io che ama e l'io che odia. Persino l'oggetto della dipendenza, giunti a un certo livello di auto-consapevolezza, si ama e si odia. Si instaura una sorta di lotta intestina tra la volontà di impegnarsi nella propria realizzazione personale e quella di lasciar perdere tutto, tra la voglia di cambiamento e un'immensa paura dello stesso. L'oggetto della dipendenza è, a questo punto, la fonte di tutti i problemi e l'unica soluzione possibile. Questa fase è la più delicata del processo riabilitativo e può durare a lungo o, se gestita in modo inappropriato, non terminare affatto.

Il processo di cambiamento non è mai indolore: presuppone di abbandonare le proprie certezze e il proprio stile di vita, che per quanto disfunzionale e distruttivo sia stato, con ogni probabilità, ha caratterizzato gran parte della propria esistenza. Significa accettare le proprie emozioni e i propri limiti, e tutto ciò provoca dolore e senso di smarrimento, ma significa anche riconoscere le proprie capacità e le proprie risorse. Vuol dire passare da una chiusura a un'apertura, dall'ambivalenza all'integrazione, dalla sopravvivenza all'auto-realizzaione. In definitiva, significa riappropriarsi della propria esistenza.

Dott. Andrea GiulianiDott. Andrea Giuliani
Psicologo - Psicoterapeuta
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